Giorno del Ricordo 10 FEBBRAIO. L’arrivo dei profughi Giuliano Dalmati a Venezia da un racconto vero di Luigi “Gigio” Zanon

Oggi 10 febbraio ricordiamo anche i moltissimi Margherini e le loro famiglie arrivati a Venezia senza nulla, profughi italiani, cioè Esuli Giuliano Dalmati. In questo raccolto del compianto Luigi “Gigio” Zanon la storia vera di come, da veneziano che abitava in Campo della Lana, visse l’arrivo dei profughi Giuliano Dalmati a Venezia.

Ricordo di una brutta giornata

di Luigi “Gigio” Zanon

Era finita la guerra da pochi mesi ed eravamo ancora occupati dagli Alleati.

Vicino a casa mia c’era un ex convento di frati Teatini, di pertinenza della chiesa dei Tolentini, che era stato soppresso dalle famigerate leggi napoleoniche e adibito a caserma.

Prima ci furono militari italiani di non so quale specialità, poi fu occupato dagli Inglesi.

Davanti a questo ex-convento c’era uno spiazzo, che chiamavamo “campazzo” dove noi ragazzi della zona si andava a giocare. Allora abitavo in campo della Lana e la chiesa dei Tolentini era la mia parrocchia.

Un giorno, all’improvviso, gli Inglesi se ne andarono e si trasferirono in locali di pertinenza del porto perché, ci avevano detto, stavano per arrivare dei profughi e i locali dell’ex-convento servivano per loro. Inoltre gli Inglesi dovevano sorvegliare questi profughi, ma noi ragazzi non ne capivamo il motivo.

Solo ci accorgemmo che nel nostro “campazzo” si erano installati gli stessi uomini con il bracciale rosso sulla manica che qualche mese prima scorazzavano per Venezia a caccia di fascisti e di tedeschi.

Ci dissero che quelli che arrivavano erano gente non italiana, sc-iavi traditori che venivano lì sistemati in attesa di trasferirli in altri luoghi perché a Venezia non li volevano.

Gli uomini col bracciale ci “consigliarono” anche di non trattare con loro nella maniera più assoluta perché era gente per nulla raccomandabile e che se ci avessero visto giocare o ‘parlare con qualche ragazzo avrebbero preso dei provvedimenti contro di noi…

Dopo qualche giorno arrivarono.

Erano donne, vecchi, ragazzi come noi, bambini piccoli, si portavano dietro dei sacchi e alcune valige. Era una fila interminabile. Saranno stati qualche centinaio.

Una volta dentro, gli uomini dal bracciale rosso (che poi seppi che erano i partigiani della Garibaldi, sezione Ferretto) li accolsero con grida, sputi, spintoni, imprecazioni, quindi chiusero le porte dell’ex-convento e rimasero fuori di guardia.

Ogni giorno arrivavano militari, uomini ben vestiti, certi con il bracciale rosso e altri con un bracciale verde, e altri ancora.

Dalla parte del canale – perché su due lati l’ex-convento era circondato dall’acqua – ogni giorno arrivavano barche sorvegliate dagli Inglesi che scaricavano sacchi con roba da mangiare.

Passarono così un paio di mesi, poi riaprirono le scuole ed eravamo già a ottobre.

Mio padre – fortunatamente – non mi fece andare nelle Scuole Pubbliche, ma dai padri Cavanis. Quell’anno ero in terza elementare.

Verso i primi giorni di dicembre, alla chetichella, si aggiunsero a noi e nella nostra stessa classe sei di quei ragazzi che abitavano nell’ex convento e che avevamo conosciuto solo perché noi giravamo per i canali con la nostra barchetta e loro erano sempre affacciati alle finestre, dalle quali uscivano sempre degli odori a noi sconosciuti.

Anche il modo di parlare era diverso dal nostro, seppure ci si capiva benissimo e le parole erano le stesse.

Ovvio che fra ragazzi ci si parlasse, così come fu ovvio che qualche cosa ci dissero delle loro condizioni e dei motivi per cui si trovavano in quelle condizioni.

Ma da parlare con loro come Giulietta e Romeo, cioè noi in barca e loro dalle finestre, a poter dialogare direttamente a tu per tu durante la ricreazione era cosa ben diversa!

I preti se ne accorsero che a noi interessava di più parlare con questi ragazzi, piuttosto che giocare le nostre solite partite di calcio.

Allora vennero in classe, e anche nelle altre classi dove c’erano questi ragazzi, dei signori che ci spiegarono i motivi di quello che stavamo vivendo e chi veramente fossero quei ragazzi e i loro famigliari.

Erano i Profughi che scappavano dall’ Istria, dalla Dalmazia, ecc.

Ma… non ci avevano insegnato che quelli erano territori italiani? Anzi: ci avevano detto che erano territori veneziani, perché i confini di Venezia un tempo arrivavano fino a lì! E ora?

Perché li cacciavano?

Dura da capirla a otto anni! Ma un po’ alla volta ci arrivammo! E diventammo amici: alla brutta faccia dei partigiani col bracciale rosso, che intanto avevano cominciato ad andarsene del campazzo.

Così iniziammo a frequentarci, a essere amici, a giocare assieme, a vivere assieme. Alle volte loro venivano a casa mia, o dei miei amici, e alle volte eravamo noi ad andare a casa loro. A casa loro…

Piccole stanze che una volta erano le celle dei frati, oppure i grandi stanzoni con divi sori fatti di coperte sostenute da spago o da fil di ferro.

E le loro mamme e i loro nonni iniziarono a raccontare. I loro padri non c’erano o perchè erano spariti o perchè qualcuno di loro aveva trovato un lavoro fuori Venezia. Ma i più erano “semplicemente” spariti, e c’erano altre persone che da fuori facevano ricerche su dove fossero.

Di alcuni sapevano che erano prigionieri chi in Germania, chi in Russia, e chi… chi sa dove…

Ogni tanto si sentivano delle urla e dei pianti di disperazione: erano i famigliari di quelli dei quali si veniva a conoscere la fine: AMMAZZATI E GETTATI DENTRO LE FOIBE, molti di loro ancora vivi!!!

Era la prima volta in vita mia che sentivo questo nome: foiba! E mi raccontarono!

E raccontarono.

Raccontarono di quando, in piena notte, arrivavano i militari Jugoslavi – che loro chiamavano i “Tititni” – a cacciarli fuori di casa con pochi stracci e le loro case venivano immediatamente occupate dai famigliari dei titini.

Del concentramento che avevano fatto nei pressi dei moli dei porti di Pola, di Fiume, ecc. durante il trasferimento dalle loro case al porto, diversi di loro sparivano e non ne sapevano più nulla. Non ne sapevano più nulla, finchè le notizie portate dai mille canali di un Popolo in fuga non accendevano quei pianti e quelle urla!

Poi furono imbarcati su delle carrette e messi nelle stive per essere spediti come bestie o come merce nei porti italiani.

Io posso dire di come sono stati accolti a Venezia, perché me lo hanno raccontato loro stessi, non posso dire di come sono stati accolti negli altri porti, ma da come si è poi saputo, pare che il trattamento non sia stato differente.

Innanzitutto all’arrivo in rada – fuori dal porto di Venezia – vennero scortati da imbarcazioni militari con a bordo i soliti dal bracciale rosso. Una volta giunti a riva, a terra li aspettavano i militari Inglesi che li schedavano, e assieme agli Inglesi c’erano i partigiani.

Fuori dei cancelli e fuori dal recinto del porto c’erano uomini e donne che li insultavano, li chiamavano sporchi slavi, fascisti, traditori, ecc. ecc.

Rimasero sul molo del porto di Venezia per tutto il giorno e tutta la notte, finchè all’alba – dopo che i recinti del porto si furono svuotati dalla gente, li incolonnarono e li scortarono a piedi fino all’ex-convento, dove vennero ammassati.

Ogni giorno arrivavano le barche degli Alleati a portare loro il cibo, e non potevano uscire.

Solo i ragazzi per andare a scuola, e poi dentro di nuovo.

Così andarono avanti per un paio d’anni. Ovviamente la sorveglianza si era molto allentata, anzi: era quasi scomparsa. Allora anche le donne e i vecchi poterono uscire e raccontare!

E molte di quelle donne che prima li offendevano, poi le vidi piangere nell’ascoltare i loro racconti.

Ricordo ancora molti di quei ragazzi e i loro nomi.

Con uno di loro mi sono trovato imbarcato quando navigavo con le navi dell’Adriatica. Con altri rimanemmo amici.

Andando avanti con gli anni, e studiando la storia di Venezia, venni a sapere che tutti quei territori da cui erano stati scacciati erano stati da sempre Territori veneziani.

Specialmente quelli sulla costa. e ancora da prima che arrivasse Roma repubblicana e imperiale.

Poi ridivennero veneziani sotto la Repubblica Veneta. Anche se gli Ungheri e le popolazioni dei Balcani spingevano per arrivare fino alla costa, quelle furono sempre Terre venete!

L’ultima città ad ammainare la gloriosa bandiera di San Marco fu la città più meridionale della Dalmazia: Perasto. E la bandiera Veneta ancora giace sotto l’altare del Duomo di Perasto.

Poi arrivarono gli Austriaci. E loro, imponendo l’egemonia su tutte le terre da loro sottomesse, trasferirono gli abitanti dei BaIcani e dell’ entroterra fino alla costa, iniziando così una pulizia etnica ante litteram. Al punto che depredarono moltissimi dipinti dalle chiese di Venezia – a quei tempi anche lei sottomessa all’Impero – per trasferirli nelle chiese povere della Erzegovina, di Zagabria, ecc.

Questa epurazione durò fino al termine della prima guerra mondiale e al discioglimento dell’Impero Austriaco.

(Però gli Austriaci seppero mettere a buon profitto l’esperienza dei Veneti e dei Veneti Istriano- Dalmati, specie nella marineria! La famosa battaglia di Lissa lo può ben testimoniare! Quella vittoria venne classificata come l’ultima vittoria della Repubblica di Venezia! Infatti gli equipaggi delle flotta austriaca erano formati esclusivamente da Veneti e da Veneti-Istriano- Dalmati!)

Con quella battaglia molti di quei Territori ritornarono a essere italiani, finchè non giunsero i comunisti titini slavi che li scacciarono del tutto i nostri connazionali.

Qui in Italia, anzichè come fratelli, i profughi furono accolti con sputi e imprecazioni!

Nel nome della cosiddetta politica e della solidarietà comunista dell’epoca!

lo ho dovuto vedere tutto questo: all’età di otto anni!

Pensate che me ne possa dimenticare?

Gigio Zanon

Grazie di cuore a Marco Zanon che ha ricordato così “il racconto della testimonianza di mio padre quando vide gli esuli istriani arrivare a Venezia, a quell’epoca aveva solo 8 anni e non dimenticò mai quei tragici momenti, gli rimasero impressi fino alla fine…”.

Messaggio nel Giorno del Ricordo del Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro

A pochi giorni dalle commemorazioni del 27 gennaio dove abbiamo fatto memoria delle stragi di vite umane compiute dal nazi-fascismo nei campi di concentramento, oggi abbiamo il dovere di ricordare tutte le vittime delle foibe e l’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra.É la disonorevole storia della violenza dell’uomo verso un altro uomo. Una triste pagina di un passato per troppi anni taciuto.Dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo avvenuta nel 2004, le dure parole espresse dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano furono un segnale di rottura con il passato.Disse: “La tragedia di migliaia di italiani imprigionati, uccisi gettati nelle foibe assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica” che aveva come scopo “lo sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia”.Queste parole pronunciate al Quirinale arrivarono forti e chiare a squarciare quel silenzio accuratamente costruito per tacere la sofferenza di un popolo.Partecipare oggi alla cerimonia cittadina, assieme all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia rappresentata dal presidente del Comitato di Venezia Alessandro Cuk, è quindi un dovere civico per tutti noi. Sentiamo il dovere di costruire una società entro la quale la violenza conseguente all’ideologia non abbia mai più cittadinanza.Abbiamo il dovere di metterci la faccia e, con il nostro impegno quotidiano, contrastare quei rigurgiti violenti di giustificazionismo o, peggio ancora, di riduzionismo.La storia non si può modificare ma dobbiamo imparare affinché gli errori del passato non si ripetano.E’ questo l’impegno che prendiamo davanti agli occhi dei nostri fratelli Giuliano-Dalmati che ancora hanno vivi nella mente i ricordi delle violenze e delle privazioni patite.Nell’anno delle celebrazioni dei 1600 anni dalla Fondazione di Venezia, essere qui a ricordare questa Giornata assume una valenza ancora più significativa per la nostra Città. É l’occasione per ribadire il nostro legame di sangue, storia e cultura con quelle persone e quelle terre. Un impegno solenne di restare sempre vigili e memori.

A cura di Vittorio Baroni

Palais Lumiere, lezione per Porto Marghera: far convivere industria, arte, economia

Dalle pagine de IL GAZZETINO il Presidente di Confindustria Venezia lancia una sfida al territorio. Vincenzo Marinese prende ad esempio la lezione del progetto Palais Lumiere e propone di far convivere industria, arte ed economia. Prende a modello la città di Lione dove il petrolchimico convive con la città e produce ricchezza. “Occorre agire come facevano i veneziani della Serenissima che per secoli hanno guardato al mondo e ai grandi progetti”.

Fonte: articolo IL GAZZETTINO del 2 gennaio 2021

La notte che saltò in aria il Porto di Venezia

A cura del prof. Giancarlo Cunial

Foto bombardamento della Marittima, il Porto di Venezia, avvenuto il 21 marzo 1945

Mi ero da poche settimane sistemato con la mia famigliola nella nuova ed ampia casa, al secondo piano del Palazzo Soranzo a San Stin, in Venezia, quando Mussolini dichiarò guerra ai francesi.

Venni subito richiamato in servizio militare e dovetti quindi trovare un rifugio sicuro a mia moglie e ai miei figli mentre si iniziavano i bombardamenti aerei.

La mia giovane famigliola si sistemò a Valdobbiadene, dove trovò ancora gli echi della simpatia goduta da mio papà che vi era stato farmacista, presso l’ospedale, dal 1905 al 1910.

Quando fui congedato e fui sicuro che gli Alleati non avrebbero bombardato Venezia, riportai abbastanza tranquillamente la famigliola a Venezia.

La vita qui trascorreva relativamente quieta, con frequenti allarmi e incursioni aeree, ma grazie a Dio senza gravi perdite o danni, se si paragonano con quelli subiti da altre città venete.

Notevoli furono soltanto gli effetti della terribile esplosione derivante dal bombardamento diurno di una nave ancorata in Marittima (il porto di Venezia): la nave venne centrata in pieno, saltò in aria, colpì anche un deposito di mine in un magazzino del porto. Per l’esplosione si infransero i vetri delle finestre di quasi tutta la città.

Io mi trovavo ad una finestra del nostro appartamento – come sempre facevo, specialmente di notte, per vedere se l’andamento delle incursioni consigliava o meno di svegliare i bambini e farli scendere in rifugio – e osservavo attento il carosello dei bombardieri che si tuffavano in picchiata sulla Marittima, quando un qualche cosa non ben definibile , forse un movimento turbolento del fumo delle esplosioni, mi mise in allarme, tanto che mi precipitai in sala gridando a mia moglie che aveva in braccio il piccolo Giovanni di aprir le finestre e di scendere subito in rifugio coi bambini.

In quel momento si udì una terribile esplosione e i vetri, non ancora aperti, si infransero fragorosamente con grave rischio per mia moglie, per me e per Beppino che stava già scendendo solo le scale e che – come noi – miracolosamente non fu investito dalla pioggia dei frammenti di vetro…

Scendemmo quindi di corsa e ci recammo in Campo San Polo, come molti altri, temendo che ulteriori esplosioni non facessero crollare gli edifici. Il che, per fortuna, non si verificò.

Foto del magazzino del Porto di Venezia che saltò in aria per le molte mine stoccate

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IL BOMBARDAMENTO DEL PORTO DI VENEZIA, 21 MARZO 1945

Venezia è stata risparmiata dalle devastazioni e dagli orrori degli attacchi aerei per quasi tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale.

Unica eccezione era stato il mitragliamento alleato, il 14 Agosto 1944, della nave ospedale tedesca Freiburg, ormeggiata in Bacino di fronte a Palazzo Ducale che aveva causato la morte anche di 20 civili imbarcati su un battello di linea.

Soltanto dopo la distruzione dell’Abbazia di Montecassino, il 7 Aprile del ‘44, era stato stilato un elenco dei siti e delle città di interesse storico-artistico da risparmiare.

E Venezia, ovviamente, era tra i luoghi da non bombardare.

Ma gli alleati anglo-americani si erano accorti di come la città fosse divenuta snodo cruciale di una rete di trasporto fluviale, con cui i tedeschi avevano sostituito quella ferroviaria, gravemente danneggiata.

Si decise allora di attaccare il porto della città, con un’azione (il nome in codice era: Operation Bowler) che avrebbe dovuto essere quanto più possibile chirurgica. La missione fu affidata ad uno dei piloti più abili e decorati della R.A.F. (Royal Air Force): il colonnello George Westlake.

Nel assegnargli il comando, il vice-ammiraglio Foster chiarì l’assoluta priorità di non danneggiare obiettivi civili o di interesse artistico. L’operazione fu chiamata ‘bombetta’ ad indicare il cappellino borghese che avrebbero dovuto indossare, perché radiati, i militari, nel malaugurato caso avessero danneggiato qualche monumento importante.

L’azione ebbe pieno successo tattico con grave danno per l’organizzazione logistica dei nazisti.

Disgraziatamente però saltò in aria anche un magazzino in cui erano stoccate molte mine marine: l’onda d’urto che ne seguì, infatti, rase al suolo un edificio di cinque piani del vicino quartiere di Santa Marta, causando una ventina di vittime.

Lo stesso Spitfire (l’aereo da caccia monoposto ad ala bassa) che stava riprendendo lo scenario dell’attacco ne fu violentemente investito, come testimoniano le foto mosse scattate nell’occasione: l’esplosione ruppe i vetri della città e vi furono gravi danni agli affreschi del Tiepolo a Palazzo Labia. Addirittura il rosone della Chiesa di San Pietro a Murano crollò verso l’interno danneggiando l’organo.

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Il testo di questo post è stato scritto dal prof. Pietro Leonardi (nato a Valdobbiadene, il 29 gennaio 1908 – morto a Venezia, il 26 gennaio 1998) papà del religioso Cavanis Giuseppe Leonardi (nel post è detto “Beppino”), uno dei più grandi icnologi viventi.

Foto del Porto di Venezia prima dell’attacco del 21 marzo 1945

Storia di Marghera con Camilla & Qual Buon Veneto – Prima puntata

Insieme al gruppo Margherini DOC abbiamo il piacere di presentarvi la prima puntata della storia di Marghera con Camilla & Qual Buon Veneto.

Nel periodo di quarantena a causa della pandemia da Coronavirus, mamma Sara con la figlia Camilla hanno intrapreso un interessante percorso di narrazione di quello che è il territorio veneziano e della sua laguna Nord e Sud.

Sara spiega che “in questi giorni mi sono anche resa conto che viviamo in un territorio estremamente fragile, abbiamo visto quanto poco basti per essere in pericolo tutti, una pandemia mondiale, una nube tossica sopra le nostre case e la nostra natura e quanto il panico possa farci cambiare velocemente i punti di vista e le priorità. Così, penso che sia giusto apprezzare ancora di più il territorio che ci circonda e la città in cui viviamo ed impegnarci a VIVERLA di più sia da cittadini, sia da turisti locali. Noi abbiamo realmente idea di dove viviamo? Da qui grazie a Marghera Forever e Margherini DOC è nato l’incontro con Qual Buon Veneto e come sempre l’unione fa la forza con la missione in comune di raccontarvi di Marghera e di tutto ciò che di bello ci circonda, siete pronti a scoprire il nostro territorio a Km 0? Noi prontissimi a narrarvelo”.

Camilla frequenta la scuola media a Marghera, Sara lavora come Guida ed accompagnatrice turistica a Venezia.

Sara Montefusco, Storia di Marghera con Camilla & Qual Buon Veneto - Prima puntata

Marghera e il 1° Maggio tra storia, don Armando Berna e i 9 mosaici a Gesù Lavoratore

Tra i personaggi che hanno fatto la storia di Marghera c’è una persona, forse ancora poco conosciuta, che si chiama don Armando Berna (1904 – 1978). Il suo arrivo alla Rana di Ca’ Emiliani risale al 1937.

don armando berna 1955 marghera

Tra i sacerdoti che lo ricordano c’è un altro don Armando, però di cognome fa Trevisiol: “Don Berna merita un ricordo ed un ricordo significativo. Io porto ancora nel cuore una bella memoria di lui che per me è stato un prete vero, un prete con una grande passione per le anime”.

Don Armando Berna ha vissuto in pieno i drammi della II Guerra Mondiale e i bombardamenti di Marghera. La storia racconta che nel 1945, confortò e contribuì a liberare per primo circa 30.000 prigionieri a Coltano di Pisa. Su questo argomento chiederemo un’immagine al Centro di Documentazione di Storia Locale di Marghera dove si vede “don Berna che festeggia la liberazione dei suoi parrocchiani ex prigionieri nel campo di Coltano con alle spalle il progetto dell’erigenda Chiesa del Cristo Lavoratore”. Coltano era un campo di concentramento per la detenzione di prigionieri di guerra della ex Repubblica Sociale Italiana. Tra questi erano rinchiusi anche Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi e Walter Chiari.

Per le preziose notizie storiche il nostro grazie va a Federico Creatini per la sua Tesi di Dottorato di Ricerca in formazione della Persona e Mercato del Lavoro intitolata “Dalla laguna a Porto Marghera Lungo le questioni del patriarcato di Angelo Giuseppe Roncalli. Un lavoro giunto al termine nel 2018 presso l’Università degli Studi di Bergamo. Entro il 2020 diventerà un libro.

Tra i fatti storici di Marghera citati nella Tesi si legge della realizzazione di una cucina economica. Creata nel 1946 alla Casa del Fanciullo, fu gestita dai francescani e organizzata dal parroco di Sant’Antonio padre Tito Castagna (foto archivio Arena di Pola).

Padre Tito Castagna Marghera - Parrocchia Sant'Antonio - Casa del Fanciullo

Siccome quest’anno, a causa del Coronavirus, la Festa del Lavoro del 1° Maggio sarà festeggiata in modo insolito, vogliamo mettere in risalto una cosa importante. Si tratta dei nove mosaici raffiguranti il Poema Cristiano del Lavoro nella Chiesa Gesù Lavoratore a Marghera.

L’artefice di questa grande opera d’arte è proprio don Armando Berna che aveva già informato Roncalli nel 1956. Il progetto prevedeva tre raffigurazioni relative al «lavoro prima di Cristo», tre al «lavoro ai tempi di Gesù» e tre inerenti al «lavoro dopo Cristo», tutte indirizzate a mostrare come nella «bottega di Nazareth [avesse avuto] inizio la più grande e benefica rivoluzione sociale che il mondo avesse mai conosciuto: la riabilitazione del lavoro».

Primo trittico «lavoro prima di Cristo»

1 Marghera - Mosaici Poema Cristiano del Lavoro - don Armando Berna Chiesa Gesù Lavoratore Ca' Emiliani Rana

Il Sollievo, legato al Paradiso terrestre e al richiamo biblico della Genesi (II, v. 15) «affinchè lo lavorasse e custodisse»; il Dovere e la penitenza, riconducibile al verso «mangerai il pane col sudore della fronte» (Genesi, III, v. 17); il Disonore, critica al concetto del lavoro pagano («I filosofi greci e romani trattavano l’operaio come un animale. “Si può essere padri quando si è schiavi?” Come il frutto non appartiene all’albero ma al padrone»).

Secondo trittico «lavoro ai tempi di Gesù»

2 Marghera - Mosaici Poema Cristiano del Lavoro - don Armando Berna Chiesa Gesù Lavoratore Ca' Emiliani Rana

E’ relativo all’epoca di Cristo, prevedeva invece illustrazioni sulla Sacra Famiglia, su Gesù Lavoratore e sui Ss. Apostoli, i quali, come gli operai, avevano appreso la sanità del lavoro direttamente dal Cristo Lavoratore («erano pescatori; san Paolo imparerà il mestieri di fabbricatore di tende (Atti XX, v. 33»).

Terzo trittico «lavoro dopo Cristo»

3 Marghera - Mosaici Poema Cristiano del Lavoro - don Armando Berna Chiesa Gesù Lavoratore Ca' Emiliani Rana

La settima nicchia recuperava il precetto dell’Ora et labora, specificando che come «il monaco doveva sacrificarsi con questi due mezzi, la “preghiera e il lavoro”, così ogni cristiano doveva trasformare il lavoro in preghiere»; l’ottava si proponeva di raffigurare l’Onore («esempio di Gesù, Dio, Lavoratore fino a 30 anni – Chi disprezza voi, disprezza me” – I Santi Crispino e Crispiniano, nobili romani, convertiti, si fanno operai (san Giovanni Crisostomo tenne un’omelia in merito)»); la nona ed ultima della Santificazione, per la quale Berna aveva appuntato: «come la stola e il calice per il sacerdote, così il martello, la vanga, la penna per i lavoratori»

Marghera 1 maggio 1954, inaugurazione Chiesa Gesù Lavoratore Papa Giovanni XXIII

Prima dell’opera d’arte che rappresenta il Poema Cristiano del Lavoro, un altro fatto importante avvenne nel giorno del 1° Maggio. Riguarda l’anno 1954 e l’inaugurazione della Chiesa di Gesù Divin Lavoratore Operaio di Nazareth. Al riguardo, lo stesso Roncalli aveva riservato a don Armando Berna parole di grande apprezzamento circa il fine sociale dell’opera, inaugurata appunto il 1° maggio 1954 in occasione di una festa del lavoro che avrebbe dovuto «muovere cielo e terra»:

“L’avvicinarsi del I° maggio, Festa del Lavoro, tocca l’adempimento, almeno in parte, delle sue speranze di una celebrazione che sollevi dalle pietre e dai cuori l’omaggio e l’inno al Cristo, il Divino Lavoratore. Se il tempio di Ca’ Emiliani non si erge ancora nella completezza delle sue linee architettoniche, i cuori di quanti ci sentiamo, anche per il lavoro, fratelli nel Cristo, si dilatano in elevazioni che sono per tutti luce, speranza, incoraggiamento. Io non mancherò il I° maggio alla mia parola di venire a Marghera, e leverò l’Ostia Santa a salutare sopra le nostre teste non umiliate, né confuse, e accanto alle case dove i sentimenti più intimi delle famiglie nostre, nel ben meritato riposo e nella serena e confidente espressione della umana convivenza, sono consacrati e benedetti, e in faccia al grande complesso della Marghera industriale avviata a nuovi e sorprendenti sviluppi. Seguo da mesi e mesi il suo vivo entusiasmo per l’apostolato fra gli operai: entusiasmo e lavoro ben condiviso, sotto varie forme, da tanti altri e cari sacerdoti nostri. La fedeltà e la costanza in questo dispiego di sacerdotali energie è già un successo, che garantisce il compimento del grande ideale di giustizia, di carità e di pace che è tutto il Vangelo. Sarò dunque con lei e con i suoi parrocchiani, e con i fedeli che da Venezia e dalla Terraferma converranno a questa Festa del Lavoro. […] Il servizio della giustizia e della pace sociale nel mondo dei lavoratori può subire difficoltà e contrasti, ma giorno per giorno troverà il buon successo e le umane e divine ricompense. Di nuovo e sempre incoraggio e benedico Lei, caro don Armando, e quanti con lei partecipano al palpito della Chiesa attraverso l’invito e la grazia di Cristo”.

Marghera 1957 patriarca A. G. Roncalli Centro Mariport

La Tesi di Federico Creatini traccia un nuovo e interessante punto di vista su Venezia e Marghera. Scrive delle sfide dell’urbanizzazione, ottimizzare la laguna, esplorare la terraferma e le chiese di Troncali tra finanziamenti pubblici e funzione pastorale, «centro sociale, oltre che religioso». Ripercorre lo sviluppo di Marghera e di Mestre, di Venezia eucaristica e pellegrina, la terraferma e la devozione popolare. Nel lavoro di ricerca il passaggio della Madonna Pellegrina e il messaggio sociale del culto mariano. Anche Mariport e la fondazione Santa Maria del Porto, i fuochi di Porto Marghera e i due tempi di una «questione operaia». Si parla tanto di Porto Marghera «dove i sudditi danno più grattacapi», del «fumo o la rabbia di Porto Marghera»: tra guerra e ricostruzione di Roncalli e la pastorale del lavoro, del Vangelo che «interpreta la sostanza viva del lavoro».

Federico Creatini ha riservato ampio spazio alla Chiesa di Gesù Divino Operaio di Nazareth: tra iconografia e questione sociale, di un «nuovo sistema» di apostolato con l’ONARMO a Venezia e i cappellani del lavoro dal dopoguerra al patriarcato Roncalli. Ha scritto dei «Cooperatori validi» circa il ruolo dei francescani e dei salesiani nell’apostolato operaio veneziano, anche delle forme di rappresentanza confessionale tra la fabbrica e il consenso.

Marghera by Nicholas Merzi

È uscito il primo gennaio “Marghera”, il bel singolo di Nicholas Merzi, classe 1985, artista modenese, cantante, chitarrista, cantautore e compositore.

Il singolo anticipa il nuovo album “Metti le scarpe al tuo cane”, prodotto da Nicholas Merzi insieme a Mirko Limoni, che uscirà domani 10 gennaio.

Segui Nicholas Merzi sul Sito ufficiale e la Pagina Facebook.

UNICEF e Alfabeto di Marghera: Festa con le scuole Grimani e Visintini il 29 ottobre. Asta quadri ore 12:30, Auditorium M9 a Mestre

Ti invitiamo il 29 ottobre, ore 12:30, all’Asta benefica quadri Alfabeto di Marghera. Auditorium M9 a Mestre. INGRESSO LIBERO.

Abbiamo il piacere di annunciare che l’UNICEF, con il Comitato Provinciale di Venezia, ha aderito al Progetto Alfabeto di Marghera. Grazie al Presidente avv. Silvio Chiari e alla dott.ssa Anna Gimma, Responsabile Comitato regionale UNICEF del Veneto.

Banner Comitato Marghera forever UNICEF - Scuole in Festa per lo Sviluppo Sostenibile Alfabeto di Marghera - Evento M9 29 ottobre 2019.jpg

Martedì 29 ottobre, presso M9 a Mestre, si terrà la Festa per lo Sviluppo Sostenibile con le scuole Grimani e Visintini, Istituto Comprensivo Statale Filippo Grimani di Marghera.

Alla dirigenza scolastica, collaboratori, insegnanti e artisti sarà consegnato un Attestato di merito in occasione dei 30 anni della Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza.

Scuole per lo Sviluppo Sostenibile

Festa spettacolo Alfabeto di Marghera

Martedì 29 ottobre 2019, M9 Mestre

ORGANIZZAZIONE – Comitato Marghera forever in coordinamento con l’Istituto Comprensivo Filippo Grimani di Marghera.

SUPPORTO – M9 con M Children, Gruppo AVM, APV Investimenti, Edison.

PARTNER E MAIN SPONSOR – Gruppo PAM Panorama.

PATROCINIO E ADESIONI – Città di Venezia, Comitato provinciale UNICEF di Venezia, Confindustria Venezia Metropolitana, Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale e Fondazione Archivio Vittorio Cini.

COLLABORAZIONI – Porto di Venezia, Questura di Venezia, Municipalità di Marghera, Vicariato di Marghera, quotidiano La Nuova Venezia, Accademia di Belle Arti Venezia, Circolo Culturale Artistico Serenissima, Venezia Heritage Tower, VEGA Parco Scientifico Tecnologico, Eni, Fincantieri, Marzaro Abbigliamento, Rigato, Farmacie Pizzini, Volta Pagina, La Gatta Creazioni, Banca della Marca, Casa 900, Industria Nautica Veneziana, Hotel Lugano, Mercato di Marghera.

Mostra Alfabeto della Sostenibilità a Marghera, dal 31 maggio al 5 giugno. Arte partecipata, scuole, aziende e territorio nelle vetrine al centro della Città Giardino

Il Comitato Marghera forever, assieme ai partner del Progetto, enti patrocinanti e realtà partecipanti, supporter e sponsor, ha il piacere di invitare la popolazione e gli operatori del territorio alla Mostra Alfabeto di Marghera. Alfabeto di Marghera, inaugurazione Mostra - 31 maggio ore 18.30 COMITATO MARGHERA FOREVER.jpg

Artisti che hanno realizzato le 21 opere d’arte:

Liana Bortolotti, Daniele Cabianca, Elisabetta Conte, Irene Di Oriente, Carla Erizzo, Christian Martini, Roberto Angelo Rebuffi, Tarcisio Revelant REVEYLANT, Bianca Rilievi, Michele Serena, Guido Zennaro.

Classi partecipanti dell’Istituto Comprensivo Grimani:

Scuola Visintini > 2A, 2B, 2C, 2D, 3A, 3B, 4A, 4B, 4C;

Scuola Grimani > 2A, 2B, 2C, 3A, 3B, 3C, 3D, 4A, 4B, 4C, 4D.

Evento nel Festival nazionale dello Sviluppo Sostenibile.
Progetto innovativo partecipato da oltre 600 persone.

Alfabeto di Marghera, inaugurazione Mostra - 31 maggio ore 18.30 SUPPORTI PARTECIPAZIONI SPONSOR.jpg

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Alfabeto di Marghera: S come Sostenibilità. Presentazione alla torre Venezia Heritage Tower di Porto Marghera

Marghera forever al Venezia Heritage Tower per la presentazione dell’Alfabeto di Marghera tra entusiasmo, ammirazione, ricordi e scoperte.

Il Comitato Marghera forever ringrazia il Gruppo Margherini DOC e tutte le persone partecipanti. Grazie per l’ospitalità ad Alessandra Previtali di Venezia Heritage Tower, al Consorzio Multimodale Darsena e alla Famiglia Sottana.

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Grazie agli esperti per le illustrazioni Massimo Orlandini, Giorgio Sarto e Alvise Zoppolato. Grazie al GIPS Protezione Civile per la collaborazione. Grazie allo staff dell’Istituto Comprensivo Grimani guidato dalla Preside Marisa Zanon e Michele Serena, Presidente del Circolo Artistico Serenissima di Marghera.

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Grazie per l’adesione istituzionale al Presidente della Municipalità Gianfranco Bettin, al Consigliere delegato dell’Amministrazione Comunale Gianmaria Bellan, a Federica Bosello delegata del Presidente dell’Autorità Portuale.

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L’Alfabeto di Marghera è un progetto ideato dal Comitato Marghera forever e realizzato assieme agli Istituti Comprensivi di Marghera “Filippo Grimani”, “Cesco Baseggio”. Vede come Partner il Porto di Venezia e il Patrocinio della Città di Venezia, dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale e di Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo. Collabora la Municipalità di Marghera. Sponsor e supporti: Gruppo PAM, Museo M9, Marzaro Abbigliamento, La Gatta Creazioni, impresa Rigato Umberto e altri in attesa di conferma.

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S come Sostenibilità per l’Alfabeto di Marghera: 21 maggio alla Fabbrica della Sostenibilità Venezia Heritage Tower

Una torre di raffreddamento industriale del 1938 è stata riconvertita in impresa culturale: Venezia Heritage Tower.

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La Fabbrica della Sostenibilità alta 58 metri, prima ancora della sua inaugurazione ufficiale, apre le porte al Comitato Marghera forever per una preview nel primo giorno di Primavera. L’evento socioculturale, non aperto al pubblico, si terrà giovedì 21 Marzo alla torre Venezia Heritage Tower in Via dell’Azoto, 4 a Marghera Venezia.

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Il Comitato Marghera forever organizza la visita in anteprima esclusiva per 50 cittadini Margherini DOC, rappresentanti istituzionali, partner, sponsor e supporter. Accompagnatori speciali Alessandra Previtali, CEO & Founder VHT e Massimo Orlandini, curatore della mostra al primo piano. Roberto Pescarollo è il curatore della mostra al piano terra insieme a Giorgio Sarto in qualità di referente scientifico.

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Il programma avrà inizio alle ore 17:30 con i saluti di benvenuto, la storia della torre e del suo meccanismo di funzionamento. Dopo il breve racconto del progetto di recupero ci sarà la visita dei tre piani restaurati: piano terra con lo spazio espositivo e casa della museografia d’impresa; primo piano con l’Auditorium, foyers e terrazza vetrata; ultimo piano all’osservatorio panoramico con vista a 360°.

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In cima alla torre si terrà la presentazione del Progetto Alfabeto di Marghera dove la S di Sostenibilità diventerà un’opera d’arte grazie ad un’esperienza di sinergia tra scuole, artisti e videomaker. Il Progetto Alfabeto di Marghera è riconosciuto tra gli eventi del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2019 www.festivalsvilupposostenibile.it.

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Per l’occasione ci sarà la possibilità di visitare la mostra al piano terra “Cent’anni di imprese e cultura del lavoro a Venezia Marghera” e – sempre con l’assistenza della guida – quella al primo piano sul tema “Porto Marghera come prodotto e i prodotti di Porto Marghera”. Evento privato in anteprima e a numero programmato.

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L’Alfabeto di Marghera è un progetto ideato dal Comitato Marghera forever e realizzato assieme agli Istituti Comprensivi di Marghera “Filippo Grimani”, “Cesco Baseggio”. Vede come Partner il Porto di Venezia e il Patrocinio della Città di Venezia, dell’Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Settentrionale e di Confindustria Venezia Area Metropolitana di Venezia e Rovigo. Collabora la Municipalità di Marghera. Sponsor e supporti del Gruppo PAM, del Museo M9, di Marzaro Abbigliamento e La Gatta Creazioni.

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