Giorno del Ricordo 10 FEBBRAIO. L’arrivo dei profughi Giuliano Dalmati a Venezia da un racconto vero di Luigi “Gigio” Zanon

Oggi 10 febbraio ricordiamo anche i moltissimi Margherini e le loro famiglie arrivati a Venezia senza nulla, profughi italiani, cioè Esuli Giuliano Dalmati. In questo raccolto del compianto Luigi “Gigio” Zanon la storia vera di come, da veneziano che abitava in Campo della Lana, visse l’arrivo dei profughi Giuliano Dalmati a Venezia.

Ricordo di una brutta giornata

di Luigi “Gigio” Zanon

Era finita la guerra da pochi mesi ed eravamo ancora occupati dagli Alleati.

Vicino a casa mia c’era un ex convento di frati Teatini, di pertinenza della chiesa dei Tolentini, che era stato soppresso dalle famigerate leggi napoleoniche e adibito a caserma.

Prima ci furono militari italiani di non so quale specialità, poi fu occupato dagli Inglesi.

Davanti a questo ex-convento c’era uno spiazzo, che chiamavamo “campazzo” dove noi ragazzi della zona si andava a giocare. Allora abitavo in campo della Lana e la chiesa dei Tolentini era la mia parrocchia.

Un giorno, all’improvviso, gli Inglesi se ne andarono e si trasferirono in locali di pertinenza del porto perché, ci avevano detto, stavano per arrivare dei profughi e i locali dell’ex-convento servivano per loro. Inoltre gli Inglesi dovevano sorvegliare questi profughi, ma noi ragazzi non ne capivamo il motivo.

Solo ci accorgemmo che nel nostro “campazzo” si erano installati gli stessi uomini con il bracciale rosso sulla manica che qualche mese prima scorazzavano per Venezia a caccia di fascisti e di tedeschi.

Ci dissero che quelli che arrivavano erano gente non italiana, sc-iavi traditori che venivano lì sistemati in attesa di trasferirli in altri luoghi perché a Venezia non li volevano.

Gli uomini col bracciale ci “consigliarono” anche di non trattare con loro nella maniera più assoluta perché era gente per nulla raccomandabile e che se ci avessero visto giocare o ‘parlare con qualche ragazzo avrebbero preso dei provvedimenti contro di noi…

Dopo qualche giorno arrivarono.

Erano donne, vecchi, ragazzi come noi, bambini piccoli, si portavano dietro dei sacchi e alcune valige. Era una fila interminabile. Saranno stati qualche centinaio.

Una volta dentro, gli uomini dal bracciale rosso (che poi seppi che erano i partigiani della Garibaldi, sezione Ferretto) li accolsero con grida, sputi, spintoni, imprecazioni, quindi chiusero le porte dell’ex-convento e rimasero fuori di guardia.

Ogni giorno arrivavano militari, uomini ben vestiti, certi con il bracciale rosso e altri con un bracciale verde, e altri ancora.

Dalla parte del canale – perché su due lati l’ex-convento era circondato dall’acqua – ogni giorno arrivavano barche sorvegliate dagli Inglesi che scaricavano sacchi con roba da mangiare.

Passarono così un paio di mesi, poi riaprirono le scuole ed eravamo già a ottobre.

Mio padre – fortunatamente – non mi fece andare nelle Scuole Pubbliche, ma dai padri Cavanis. Quell’anno ero in terza elementare.

Verso i primi giorni di dicembre, alla chetichella, si aggiunsero a noi e nella nostra stessa classe sei di quei ragazzi che abitavano nell’ex convento e che avevamo conosciuto solo perché noi giravamo per i canali con la nostra barchetta e loro erano sempre affacciati alle finestre, dalle quali uscivano sempre degli odori a noi sconosciuti.

Anche il modo di parlare era diverso dal nostro, seppure ci si capiva benissimo e le parole erano le stesse.

Ovvio che fra ragazzi ci si parlasse, così come fu ovvio che qualche cosa ci dissero delle loro condizioni e dei motivi per cui si trovavano in quelle condizioni.

Ma da parlare con loro come Giulietta e Romeo, cioè noi in barca e loro dalle finestre, a poter dialogare direttamente a tu per tu durante la ricreazione era cosa ben diversa!

I preti se ne accorsero che a noi interessava di più parlare con questi ragazzi, piuttosto che giocare le nostre solite partite di calcio.

Allora vennero in classe, e anche nelle altre classi dove c’erano questi ragazzi, dei signori che ci spiegarono i motivi di quello che stavamo vivendo e chi veramente fossero quei ragazzi e i loro famigliari.

Erano i Profughi che scappavano dall’ Istria, dalla Dalmazia, ecc.

Ma… non ci avevano insegnato che quelli erano territori italiani? Anzi: ci avevano detto che erano territori veneziani, perché i confini di Venezia un tempo arrivavano fino a lì! E ora?

Perché li cacciavano?

Dura da capirla a otto anni! Ma un po’ alla volta ci arrivammo! E diventammo amici: alla brutta faccia dei partigiani col bracciale rosso, che intanto avevano cominciato ad andarsene del campazzo.

Così iniziammo a frequentarci, a essere amici, a giocare assieme, a vivere assieme. Alle volte loro venivano a casa mia, o dei miei amici, e alle volte eravamo noi ad andare a casa loro. A casa loro…

Piccole stanze che una volta erano le celle dei frati, oppure i grandi stanzoni con divi sori fatti di coperte sostenute da spago o da fil di ferro.

E le loro mamme e i loro nonni iniziarono a raccontare. I loro padri non c’erano o perchè erano spariti o perchè qualcuno di loro aveva trovato un lavoro fuori Venezia. Ma i più erano “semplicemente” spariti, e c’erano altre persone che da fuori facevano ricerche su dove fossero.

Di alcuni sapevano che erano prigionieri chi in Germania, chi in Russia, e chi… chi sa dove…

Ogni tanto si sentivano delle urla e dei pianti di disperazione: erano i famigliari di quelli dei quali si veniva a conoscere la fine: AMMAZZATI E GETTATI DENTRO LE FOIBE, molti di loro ancora vivi!!!

Era la prima volta in vita mia che sentivo questo nome: foiba! E mi raccontarono!

E raccontarono.

Raccontarono di quando, in piena notte, arrivavano i militari Jugoslavi – che loro chiamavano i “Tititni” – a cacciarli fuori di casa con pochi stracci e le loro case venivano immediatamente occupate dai famigliari dei titini.

Del concentramento che avevano fatto nei pressi dei moli dei porti di Pola, di Fiume, ecc. durante il trasferimento dalle loro case al porto, diversi di loro sparivano e non ne sapevano più nulla. Non ne sapevano più nulla, finchè le notizie portate dai mille canali di un Popolo in fuga non accendevano quei pianti e quelle urla!

Poi furono imbarcati su delle carrette e messi nelle stive per essere spediti come bestie o come merce nei porti italiani.

Io posso dire di come sono stati accolti a Venezia, perché me lo hanno raccontato loro stessi, non posso dire di come sono stati accolti negli altri porti, ma da come si è poi saputo, pare che il trattamento non sia stato differente.

Innanzitutto all’arrivo in rada – fuori dal porto di Venezia – vennero scortati da imbarcazioni militari con a bordo i soliti dal bracciale rosso. Una volta giunti a riva, a terra li aspettavano i militari Inglesi che li schedavano, e assieme agli Inglesi c’erano i partigiani.

Fuori dei cancelli e fuori dal recinto del porto c’erano uomini e donne che li insultavano, li chiamavano sporchi slavi, fascisti, traditori, ecc. ecc.

Rimasero sul molo del porto di Venezia per tutto il giorno e tutta la notte, finchè all’alba – dopo che i recinti del porto si furono svuotati dalla gente, li incolonnarono e li scortarono a piedi fino all’ex-convento, dove vennero ammassati.

Ogni giorno arrivavano le barche degli Alleati a portare loro il cibo, e non potevano uscire.

Solo i ragazzi per andare a scuola, e poi dentro di nuovo.

Così andarono avanti per un paio d’anni. Ovviamente la sorveglianza si era molto allentata, anzi: era quasi scomparsa. Allora anche le donne e i vecchi poterono uscire e raccontare!

E molte di quelle donne che prima li offendevano, poi le vidi piangere nell’ascoltare i loro racconti.

Ricordo ancora molti di quei ragazzi e i loro nomi.

Con uno di loro mi sono trovato imbarcato quando navigavo con le navi dell’Adriatica. Con altri rimanemmo amici.

Andando avanti con gli anni, e studiando la storia di Venezia, venni a sapere che tutti quei territori da cui erano stati scacciati erano stati da sempre Territori veneziani.

Specialmente quelli sulla costa. e ancora da prima che arrivasse Roma repubblicana e imperiale.

Poi ridivennero veneziani sotto la Repubblica Veneta. Anche se gli Ungheri e le popolazioni dei Balcani spingevano per arrivare fino alla costa, quelle furono sempre Terre venete!

L’ultima città ad ammainare la gloriosa bandiera di San Marco fu la città più meridionale della Dalmazia: Perasto. E la bandiera Veneta ancora giace sotto l’altare del Duomo di Perasto.

Poi arrivarono gli Austriaci. E loro, imponendo l’egemonia su tutte le terre da loro sottomesse, trasferirono gli abitanti dei BaIcani e dell’ entroterra fino alla costa, iniziando così una pulizia etnica ante litteram. Al punto che depredarono moltissimi dipinti dalle chiese di Venezia – a quei tempi anche lei sottomessa all’Impero – per trasferirli nelle chiese povere della Erzegovina, di Zagabria, ecc.

Questa epurazione durò fino al termine della prima guerra mondiale e al discioglimento dell’Impero Austriaco.

(Però gli Austriaci seppero mettere a buon profitto l’esperienza dei Veneti e dei Veneti Istriano- Dalmati, specie nella marineria! La famosa battaglia di Lissa lo può ben testimoniare! Quella vittoria venne classificata come l’ultima vittoria della Repubblica di Venezia! Infatti gli equipaggi delle flotta austriaca erano formati esclusivamente da Veneti e da Veneti-Istriano- Dalmati!)

Con quella battaglia molti di quei Territori ritornarono a essere italiani, finchè non giunsero i comunisti titini slavi che li scacciarono del tutto i nostri connazionali.

Qui in Italia, anzichè come fratelli, i profughi furono accolti con sputi e imprecazioni!

Nel nome della cosiddetta politica e della solidarietà comunista dell’epoca!

lo ho dovuto vedere tutto questo: all’età di otto anni!

Pensate che me ne possa dimenticare?

Gigio Zanon

Grazie di cuore a Marco Zanon che ha ricordato così “il racconto della testimonianza di mio padre quando vide gli esuli istriani arrivare a Venezia, a quell’epoca aveva solo 8 anni e non dimenticò mai quei tragici momenti, gli rimasero impressi fino alla fine…”.

Messaggio nel Giorno del Ricordo del Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro

A pochi giorni dalle commemorazioni del 27 gennaio dove abbiamo fatto memoria delle stragi di vite umane compiute dal nazi-fascismo nei campi di concentramento, oggi abbiamo il dovere di ricordare tutte le vittime delle foibe e l’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra.É la disonorevole storia della violenza dell’uomo verso un altro uomo. Una triste pagina di un passato per troppi anni taciuto.Dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo avvenuta nel 2004, le dure parole espresse dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano furono un segnale di rottura con il passato.Disse: “La tragedia di migliaia di italiani imprigionati, uccisi gettati nelle foibe assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica” che aveva come scopo “lo sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia”.Queste parole pronunciate al Quirinale arrivarono forti e chiare a squarciare quel silenzio accuratamente costruito per tacere la sofferenza di un popolo.Partecipare oggi alla cerimonia cittadina, assieme all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia rappresentata dal presidente del Comitato di Venezia Alessandro Cuk, è quindi un dovere civico per tutti noi. Sentiamo il dovere di costruire una società entro la quale la violenza conseguente all’ideologia non abbia mai più cittadinanza.Abbiamo il dovere di metterci la faccia e, con il nostro impegno quotidiano, contrastare quei rigurgiti violenti di giustificazionismo o, peggio ancora, di riduzionismo.La storia non si può modificare ma dobbiamo imparare affinché gli errori del passato non si ripetano.E’ questo l’impegno che prendiamo davanti agli occhi dei nostri fratelli Giuliano-Dalmati che ancora hanno vivi nella mente i ricordi delle violenze e delle privazioni patite.Nell’anno delle celebrazioni dei 1600 anni dalla Fondazione di Venezia, essere qui a ricordare questa Giornata assume una valenza ancora più significativa per la nostra Città. É l’occasione per ribadire il nostro legame di sangue, storia e cultura con quelle persone e quelle terre. Un impegno solenne di restare sempre vigili e memori.

A cura di Vittorio Baroni

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