Storia di Marghera: Chiesetta della Rana. LA CISTERNA dei Margherini DOC

Ecco il secondo numero de LA CISTERNA dei Margherini DOC. 14 pagine ricche di contenuti dove emerge una parte importante della storia di Marghera. La Chiesetta della Rana e anche il Ponte, il Bottenigo e il legame con la Serenissima negli antichi documenti dell’Archivio di Stato, il martirio di don Ambrogio Demetrovich e il Diario di Angelo Simion.

PDF Margherini DOC – N. 2 LA CISTERNA, agosto 2021 – Chiesetta della Rana Marghera

Appello per salvare uno scrigno di storia e cultura che risale al 1500, con Petizione al Sindaco del Comune di Venezia, al Presidente dell’Autorità Portuale di Venezia, a S.E. il Patriarca di Venezia, al Presidente della Municipalità di Marghera, al Governatore della Regione Veneto, al Presidente del Consiglio dei Ministri, al Ministro della Cultura.

“La storia è testimonianza del passato, luce di
verità, vita della memoria, maestra di vita,
annunciatrice dei tempi antichi” CICERONE

LA CISTERNA N. 2

LA CISTERNA è una pubblicazione dei Margherini DOC. Il Gruppo, fondato il 2 giugno 2009 e partecipato da oltre 6.900 membri, è amministrato da Massimo Montefusco, Vittorio Baroni, Gabriella Traini, Lucia Giugie e Michele Eto Borsetto. Tra le principali attività dei Margherini DOC vi è la conservazione della memoria socioculturale e territoriale. Il Gruppo si occupa di creare collezioni storiche della Marghera del ‘900 e quella antica. L’Archivio Margherini DOC è formato con le donazioni dei membri e integrato con le segnalazioni provenienti dal web. I materiali sono condivisi in collaborazione con margheraforever e il Gruppo “i ragazzi del patronato Gesù Lavoratore”.

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Vedi LA CISTERNA N.1, rinasce la storia di Marghera. ARGO 16 nei ricordi dei Margherini DOC.

Grazie a Celestino Montagner dei Margherini DOC perché si è potuto recuperare e onorare LA CISTERNA, ovvero un giornale del ‘900 di Marghera che aveva taglio critico, umoristico e dialettale. La redazione era in Via Canetti, una copia costava 30 lire. Il “Comitato per Marghera” era retto da Angelo Scarpa e Aldo Biasiol. I Margherini DOC hanno ridato vita a una memoria importante della Marghera del ‘900.

LA CISTERNA e rinasce la storia di Marghera. ARGO 16 nei ricordi dei Margherini DOC

1° numero LA CISTERNA, il giornalino di Marghera che rinasce in digitale con diffusione gratuita grazie ai Margherini DOC.

Ringraziamo Celestino Montagner perché si è potuto recuperare e onorare LA CISTERNA, ovvero un giornale del ‘900 di Marghera che aveva taglio critico, umoristico e dialettale. La redazione era in Via Canetti, una copia costava 30 lire e il “Comitato per Marghera” era retto da Angelo Scarpa e Aldo Biasiol.

ARGO 16 è stata una vicenda margherina rimasta nella memoria collettiva come sconvolgente e pericolosa. Quella mattina del 23 novembre 1973 il bimotore dell’Aeronautica Militare, appena decollato dal Marco Polo di Tessera, precipitò sullo stabilimento Montefibre di Porto Marghera. Tutti morti i quattro membri dell’equipaggio, ma poteva essere una tragedia ben più grande considerato che fu sfiorato il deposito del micidiale gas fosgene.

LA CISTERNA pubblica le memorie del Maestro del Lavoro Lando Arbizzani, dal 1957 al 2003 ha sempre prestato attività a Porto Marghera, “furono danneggiate 120 vetture… timore per mio padre, infermiere alla Montefibre”. Lo scrittore Alessandro Cuk parla del suo libro “Canto di Fragilità” ispirato ad ARGO 16 che “esprime questo senso di metafora, espressione della caducità umana e i ricordi da ragazzo “bastava un rumore un po’ più forte, uno scoppio, uno squillo di sirena per leggere negli occhi della gente un sottile filo di inquietudine”.

Poi altre memorie dei Margherini DOC Elio Urbinati “Io ero là e ancora non dimentico. Quella mattina ero in turno 6-14. Dalle finestre del laboratorio un mio collega ha notato l’aereo che andava su e giù, come si fosse perduto. C’era una nebbia indescrivibile”, di Marina Giugie “Dopo 3 anni dal disastro, sono andata a lavorare al centro elaborazione dati, c’erano ancora i resti dell’aereo esattamente dove era caduto”, di Fabio Valerio “Un caro amico, un poliziotto della vecchia guardia, mi raccontava che intervenuto sul posto, c’erano banconote sparse dappertutto”. Anche i ricordi di Nello Guercini “Io quella mattina la ricordo benissimo, ero agli Impianti Pilota e mi avvisarono di uscire dal reparto”, di Roberto Semenzato “Ha sorvolato, sfiorato il serbatoio del fosgene. Nel caso l’avesse centrato, sarebbe stato una catastrofe di proporzioni inimmaginabili” e di Stefano Marchiori “Mia mamma lavorò al petrolchimico per un po’ di tempo… Io ricordo che quel giorno tornò a casa distrutta. Ho il ricordo di una donna terrorizzata”.

LA CISTERNA è composta da sei pagine e l’ultima riprende alcune immagini dell’antica storia di Marghera. Un particolare della veduta di Jacopo de’ Barbari del 1500 dove Marghera era chiamata MARGERA e un disegno del secolo XVI, conservato all’Archivio di Stato di Venezia, nel quale si nota il nome MARGERA: sono raffigurati lunghi edifici con porticati e la grande scritta OSTARIE. In altre immagini antiche, alcune di origine imprecisata, si vede la conferma di Marghera chiamata anche Malgera oppure Merghera nel 1536 in una mappa di Benedetto Bordon.

Margherini DOC è un Gruppo fondato il 2 giugno 2009 (il 9 marzo 2021 ha registrato il numero di 6666 membri) amministrato da Massimo Montefusco, Vittorio Baroni, Gabriella Traini, Lucia Giugie, Massimo Acquasalsa Menin e Michele Eto Borsetto. Tra le principali attività dei Margherini DOC vi è la conservazione della memoria socioculturale e territoriale. Il Gruppo si occupa di creare collezioni storiche della Marghera del ‘900 e quella antica. L’Archivio Margherini DOC è formato con le donazioni dei membri e integrato con segnalazioni provenienti dal web. LA CISTERNA è diffusa in collaborazione con il sito margheraforever.org e il gruppo “i ragazzi del patronato Gesù Lavoratore”.

Giorno del Ricordo 10 FEBBRAIO. L’arrivo dei profughi Giuliano Dalmati a Venezia da un racconto vero di Luigi “Gigio” Zanon

Oggi 10 febbraio ricordiamo anche i moltissimi Margherini e le loro famiglie arrivati a Venezia senza nulla, profughi italiani, cioè Esuli Giuliano Dalmati. In questo raccolto del compianto Luigi “Gigio” Zanon la storia vera di come, da veneziano che abitava in Campo della Lana, visse l’arrivo dei profughi Giuliano Dalmati a Venezia.

Ricordo di una brutta giornata

di Luigi “Gigio” Zanon

Era finita la guerra da pochi mesi ed eravamo ancora occupati dagli Alleati.

Vicino a casa mia c’era un ex convento di frati Teatini, di pertinenza della chiesa dei Tolentini, che era stato soppresso dalle famigerate leggi napoleoniche e adibito a caserma.

Prima ci furono militari italiani di non so quale specialità, poi fu occupato dagli Inglesi.

Davanti a questo ex-convento c’era uno spiazzo, che chiamavamo “campazzo” dove noi ragazzi della zona si andava a giocare. Allora abitavo in campo della Lana e la chiesa dei Tolentini era la mia parrocchia.

Un giorno, all’improvviso, gli Inglesi se ne andarono e si trasferirono in locali di pertinenza del porto perché, ci avevano detto, stavano per arrivare dei profughi e i locali dell’ex-convento servivano per loro. Inoltre gli Inglesi dovevano sorvegliare questi profughi, ma noi ragazzi non ne capivamo il motivo.

Solo ci accorgemmo che nel nostro “campazzo” si erano installati gli stessi uomini con il bracciale rosso sulla manica che qualche mese prima scorazzavano per Venezia a caccia di fascisti e di tedeschi.

Ci dissero che quelli che arrivavano erano gente non italiana, sc-iavi traditori che venivano lì sistemati in attesa di trasferirli in altri luoghi perché a Venezia non li volevano.

Gli uomini col bracciale ci “consigliarono” anche di non trattare con loro nella maniera più assoluta perché era gente per nulla raccomandabile e che se ci avessero visto giocare o ‘parlare con qualche ragazzo avrebbero preso dei provvedimenti contro di noi…

Dopo qualche giorno arrivarono.

Erano donne, vecchi, ragazzi come noi, bambini piccoli, si portavano dietro dei sacchi e alcune valige. Era una fila interminabile. Saranno stati qualche centinaio.

Una volta dentro, gli uomini dal bracciale rosso (che poi seppi che erano i partigiani della Garibaldi, sezione Ferretto) li accolsero con grida, sputi, spintoni, imprecazioni, quindi chiusero le porte dell’ex-convento e rimasero fuori di guardia.

Ogni giorno arrivavano militari, uomini ben vestiti, certi con il bracciale rosso e altri con un bracciale verde, e altri ancora.

Dalla parte del canale – perché su due lati l’ex-convento era circondato dall’acqua – ogni giorno arrivavano barche sorvegliate dagli Inglesi che scaricavano sacchi con roba da mangiare.

Passarono così un paio di mesi, poi riaprirono le scuole ed eravamo già a ottobre.

Mio padre – fortunatamente – non mi fece andare nelle Scuole Pubbliche, ma dai padri Cavanis. Quell’anno ero in terza elementare.

Verso i primi giorni di dicembre, alla chetichella, si aggiunsero a noi e nella nostra stessa classe sei di quei ragazzi che abitavano nell’ex convento e che avevamo conosciuto solo perché noi giravamo per i canali con la nostra barchetta e loro erano sempre affacciati alle finestre, dalle quali uscivano sempre degli odori a noi sconosciuti.

Anche il modo di parlare era diverso dal nostro, seppure ci si capiva benissimo e le parole erano le stesse.

Ovvio che fra ragazzi ci si parlasse, così come fu ovvio che qualche cosa ci dissero delle loro condizioni e dei motivi per cui si trovavano in quelle condizioni.

Ma da parlare con loro come Giulietta e Romeo, cioè noi in barca e loro dalle finestre, a poter dialogare direttamente a tu per tu durante la ricreazione era cosa ben diversa!

I preti se ne accorsero che a noi interessava di più parlare con questi ragazzi, piuttosto che giocare le nostre solite partite di calcio.

Allora vennero in classe, e anche nelle altre classi dove c’erano questi ragazzi, dei signori che ci spiegarono i motivi di quello che stavamo vivendo e chi veramente fossero quei ragazzi e i loro famigliari.

Erano i Profughi che scappavano dall’ Istria, dalla Dalmazia, ecc.

Ma… non ci avevano insegnato che quelli erano territori italiani? Anzi: ci avevano detto che erano territori veneziani, perché i confini di Venezia un tempo arrivavano fino a lì! E ora?

Perché li cacciavano?

Dura da capirla a otto anni! Ma un po’ alla volta ci arrivammo! E diventammo amici: alla brutta faccia dei partigiani col bracciale rosso, che intanto avevano cominciato ad andarsene del campazzo.

Così iniziammo a frequentarci, a essere amici, a giocare assieme, a vivere assieme. Alle volte loro venivano a casa mia, o dei miei amici, e alle volte eravamo noi ad andare a casa loro. A casa loro…

Piccole stanze che una volta erano le celle dei frati, oppure i grandi stanzoni con divi sori fatti di coperte sostenute da spago o da fil di ferro.

E le loro mamme e i loro nonni iniziarono a raccontare. I loro padri non c’erano o perchè erano spariti o perchè qualcuno di loro aveva trovato un lavoro fuori Venezia. Ma i più erano “semplicemente” spariti, e c’erano altre persone che da fuori facevano ricerche su dove fossero.

Di alcuni sapevano che erano prigionieri chi in Germania, chi in Russia, e chi… chi sa dove…

Ogni tanto si sentivano delle urla e dei pianti di disperazione: erano i famigliari di quelli dei quali si veniva a conoscere la fine: AMMAZZATI E GETTATI DENTRO LE FOIBE, molti di loro ancora vivi!!!

Era la prima volta in vita mia che sentivo questo nome: foiba! E mi raccontarono!

E raccontarono.

Raccontarono di quando, in piena notte, arrivavano i militari Jugoslavi – che loro chiamavano i “Tititni” – a cacciarli fuori di casa con pochi stracci e le loro case venivano immediatamente occupate dai famigliari dei titini.

Del concentramento che avevano fatto nei pressi dei moli dei porti di Pola, di Fiume, ecc. durante il trasferimento dalle loro case al porto, diversi di loro sparivano e non ne sapevano più nulla. Non ne sapevano più nulla, finchè le notizie portate dai mille canali di un Popolo in fuga non accendevano quei pianti e quelle urla!

Poi furono imbarcati su delle carrette e messi nelle stive per essere spediti come bestie o come merce nei porti italiani.

Io posso dire di come sono stati accolti a Venezia, perché me lo hanno raccontato loro stessi, non posso dire di come sono stati accolti negli altri porti, ma da come si è poi saputo, pare che il trattamento non sia stato differente.

Innanzitutto all’arrivo in rada – fuori dal porto di Venezia – vennero scortati da imbarcazioni militari con a bordo i soliti dal bracciale rosso. Una volta giunti a riva, a terra li aspettavano i militari Inglesi che li schedavano, e assieme agli Inglesi c’erano i partigiani.

Fuori dei cancelli e fuori dal recinto del porto c’erano uomini e donne che li insultavano, li chiamavano sporchi slavi, fascisti, traditori, ecc. ecc.

Rimasero sul molo del porto di Venezia per tutto il giorno e tutta la notte, finchè all’alba – dopo che i recinti del porto si furono svuotati dalla gente, li incolonnarono e li scortarono a piedi fino all’ex-convento, dove vennero ammassati.

Ogni giorno arrivavano le barche degli Alleati a portare loro il cibo, e non potevano uscire.

Solo i ragazzi per andare a scuola, e poi dentro di nuovo.

Così andarono avanti per un paio d’anni. Ovviamente la sorveglianza si era molto allentata, anzi: era quasi scomparsa. Allora anche le donne e i vecchi poterono uscire e raccontare!

E molte di quelle donne che prima li offendevano, poi le vidi piangere nell’ascoltare i loro racconti.

Ricordo ancora molti di quei ragazzi e i loro nomi.

Con uno di loro mi sono trovato imbarcato quando navigavo con le navi dell’Adriatica. Con altri rimanemmo amici.

Andando avanti con gli anni, e studiando la storia di Venezia, venni a sapere che tutti quei territori da cui erano stati scacciati erano stati da sempre Territori veneziani.

Specialmente quelli sulla costa. e ancora da prima che arrivasse Roma repubblicana e imperiale.

Poi ridivennero veneziani sotto la Repubblica Veneta. Anche se gli Ungheri e le popolazioni dei Balcani spingevano per arrivare fino alla costa, quelle furono sempre Terre venete!

L’ultima città ad ammainare la gloriosa bandiera di San Marco fu la città più meridionale della Dalmazia: Perasto. E la bandiera Veneta ancora giace sotto l’altare del Duomo di Perasto.

Poi arrivarono gli Austriaci. E loro, imponendo l’egemonia su tutte le terre da loro sottomesse, trasferirono gli abitanti dei BaIcani e dell’ entroterra fino alla costa, iniziando così una pulizia etnica ante litteram. Al punto che depredarono moltissimi dipinti dalle chiese di Venezia – a quei tempi anche lei sottomessa all’Impero – per trasferirli nelle chiese povere della Erzegovina, di Zagabria, ecc.

Questa epurazione durò fino al termine della prima guerra mondiale e al discioglimento dell’Impero Austriaco.

(Però gli Austriaci seppero mettere a buon profitto l’esperienza dei Veneti e dei Veneti Istriano- Dalmati, specie nella marineria! La famosa battaglia di Lissa lo può ben testimoniare! Quella vittoria venne classificata come l’ultima vittoria della Repubblica di Venezia! Infatti gli equipaggi delle flotta austriaca erano formati esclusivamente da Veneti e da Veneti-Istriano- Dalmati!)

Con quella battaglia molti di quei Territori ritornarono a essere italiani, finchè non giunsero i comunisti titini slavi che li scacciarono del tutto i nostri connazionali.

Qui in Italia, anzichè come fratelli, i profughi furono accolti con sputi e imprecazioni!

Nel nome della cosiddetta politica e della solidarietà comunista dell’epoca!

lo ho dovuto vedere tutto questo: all’età di otto anni!

Pensate che me ne possa dimenticare?

Gigio Zanon

Grazie di cuore a Marco Zanon che ha ricordato così “il racconto della testimonianza di mio padre quando vide gli esuli istriani arrivare a Venezia, a quell’epoca aveva solo 8 anni e non dimenticò mai quei tragici momenti, gli rimasero impressi fino alla fine…”.

Messaggio nel Giorno del Ricordo del Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro

A pochi giorni dalle commemorazioni del 27 gennaio dove abbiamo fatto memoria delle stragi di vite umane compiute dal nazi-fascismo nei campi di concentramento, oggi abbiamo il dovere di ricordare tutte le vittime delle foibe e l’esodo degli istriani, dei fiumani e dei dalmati italiani dalle loro terre durante la seconda guerra mondiale e nell’immediato dopoguerra.É la disonorevole storia della violenza dell’uomo verso un altro uomo. Una triste pagina di un passato per troppi anni taciuto.Dopo l’istituzione del Giorno del Ricordo avvenuta nel 2004, le dure parole espresse dall’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano furono un segnale di rottura con il passato.Disse: “La tragedia di migliaia di italiani imprigionati, uccisi gettati nelle foibe assunse i sinistri contorni di una pulizia etnica” che aveva come scopo “lo sradicamento della presenza italiana da quella che era, e cessò di essere, la Venezia Giulia”.Queste parole pronunciate al Quirinale arrivarono forti e chiare a squarciare quel silenzio accuratamente costruito per tacere la sofferenza di un popolo.Partecipare oggi alla cerimonia cittadina, assieme all’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia rappresentata dal presidente del Comitato di Venezia Alessandro Cuk, è quindi un dovere civico per tutti noi. Sentiamo il dovere di costruire una società entro la quale la violenza conseguente all’ideologia non abbia mai più cittadinanza.Abbiamo il dovere di metterci la faccia e, con il nostro impegno quotidiano, contrastare quei rigurgiti violenti di giustificazionismo o, peggio ancora, di riduzionismo.La storia non si può modificare ma dobbiamo imparare affinché gli errori del passato non si ripetano.E’ questo l’impegno che prendiamo davanti agli occhi dei nostri fratelli Giuliano-Dalmati che ancora hanno vivi nella mente i ricordi delle violenze e delle privazioni patite.Nell’anno delle celebrazioni dei 1600 anni dalla Fondazione di Venezia, essere qui a ricordare questa Giornata assume una valenza ancora più significativa per la nostra Città. É l’occasione per ribadire il nostro legame di sangue, storia e cultura con quelle persone e quelle terre. Un impegno solenne di restare sempre vigili e memori.

A cura di Vittorio Baroni

La notte che saltò in aria il Porto di Venezia

A cura del prof. Giancarlo Cunial

Foto bombardamento della Marittima, il Porto di Venezia, avvenuto il 21 marzo 1945

Mi ero da poche settimane sistemato con la mia famigliola nella nuova ed ampia casa, al secondo piano del Palazzo Soranzo a San Stin, in Venezia, quando Mussolini dichiarò guerra ai francesi.

Venni subito richiamato in servizio militare e dovetti quindi trovare un rifugio sicuro a mia moglie e ai miei figli mentre si iniziavano i bombardamenti aerei.

La mia giovane famigliola si sistemò a Valdobbiadene, dove trovò ancora gli echi della simpatia goduta da mio papà che vi era stato farmacista, presso l’ospedale, dal 1905 al 1910.

Quando fui congedato e fui sicuro che gli Alleati non avrebbero bombardato Venezia, riportai abbastanza tranquillamente la famigliola a Venezia.

La vita qui trascorreva relativamente quieta, con frequenti allarmi e incursioni aeree, ma grazie a Dio senza gravi perdite o danni, se si paragonano con quelli subiti da altre città venete.

Notevoli furono soltanto gli effetti della terribile esplosione derivante dal bombardamento diurno di una nave ancorata in Marittima (il porto di Venezia): la nave venne centrata in pieno, saltò in aria, colpì anche un deposito di mine in un magazzino del porto. Per l’esplosione si infransero i vetri delle finestre di quasi tutta la città.

Io mi trovavo ad una finestra del nostro appartamento – come sempre facevo, specialmente di notte, per vedere se l’andamento delle incursioni consigliava o meno di svegliare i bambini e farli scendere in rifugio – e osservavo attento il carosello dei bombardieri che si tuffavano in picchiata sulla Marittima, quando un qualche cosa non ben definibile , forse un movimento turbolento del fumo delle esplosioni, mi mise in allarme, tanto che mi precipitai in sala gridando a mia moglie che aveva in braccio il piccolo Giovanni di aprir le finestre e di scendere subito in rifugio coi bambini.

In quel momento si udì una terribile esplosione e i vetri, non ancora aperti, si infransero fragorosamente con grave rischio per mia moglie, per me e per Beppino che stava già scendendo solo le scale e che – come noi – miracolosamente non fu investito dalla pioggia dei frammenti di vetro…

Scendemmo quindi di corsa e ci recammo in Campo San Polo, come molti altri, temendo che ulteriori esplosioni non facessero crollare gli edifici. Il che, per fortuna, non si verificò.

Foto del magazzino del Porto di Venezia che saltò in aria per le molte mine stoccate

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IL BOMBARDAMENTO DEL PORTO DI VENEZIA, 21 MARZO 1945

Venezia è stata risparmiata dalle devastazioni e dagli orrori degli attacchi aerei per quasi tutta la durata della Seconda Guerra Mondiale.

Unica eccezione era stato il mitragliamento alleato, il 14 Agosto 1944, della nave ospedale tedesca Freiburg, ormeggiata in Bacino di fronte a Palazzo Ducale che aveva causato la morte anche di 20 civili imbarcati su un battello di linea.

Soltanto dopo la distruzione dell’Abbazia di Montecassino, il 7 Aprile del ‘44, era stato stilato un elenco dei siti e delle città di interesse storico-artistico da risparmiare.

E Venezia, ovviamente, era tra i luoghi da non bombardare.

Ma gli alleati anglo-americani si erano accorti di come la città fosse divenuta snodo cruciale di una rete di trasporto fluviale, con cui i tedeschi avevano sostituito quella ferroviaria, gravemente danneggiata.

Si decise allora di attaccare il porto della città, con un’azione (il nome in codice era: Operation Bowler) che avrebbe dovuto essere quanto più possibile chirurgica. La missione fu affidata ad uno dei piloti più abili e decorati della R.A.F. (Royal Air Force): il colonnello George Westlake.

Nel assegnargli il comando, il vice-ammiraglio Foster chiarì l’assoluta priorità di non danneggiare obiettivi civili o di interesse artistico. L’operazione fu chiamata ‘bombetta’ ad indicare il cappellino borghese che avrebbero dovuto indossare, perché radiati, i militari, nel malaugurato caso avessero danneggiato qualche monumento importante.

L’azione ebbe pieno successo tattico con grave danno per l’organizzazione logistica dei nazisti.

Disgraziatamente però saltò in aria anche un magazzino in cui erano stoccate molte mine marine: l’onda d’urto che ne seguì, infatti, rase al suolo un edificio di cinque piani del vicino quartiere di Santa Marta, causando una ventina di vittime.

Lo stesso Spitfire (l’aereo da caccia monoposto ad ala bassa) che stava riprendendo lo scenario dell’attacco ne fu violentemente investito, come testimoniano le foto mosse scattate nell’occasione: l’esplosione ruppe i vetri della città e vi furono gravi danni agli affreschi del Tiepolo a Palazzo Labia. Addirittura il rosone della Chiesa di San Pietro a Murano crollò verso l’interno danneggiando l’organo.

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Il testo di questo post è stato scritto dal prof. Pietro Leonardi (nato a Valdobbiadene, il 29 gennaio 1908 – morto a Venezia, il 26 gennaio 1998) papà del religioso Cavanis Giuseppe Leonardi (nel post è detto “Beppino”), uno dei più grandi icnologi viventi.

Foto del Porto di Venezia prima dell’attacco del 21 marzo 1945

Storia di Marghera con Camilla & Qual Buon Veneto – Prima puntata

Insieme al gruppo Margherini DOC abbiamo il piacere di presentarvi la prima puntata della storia di Marghera con Camilla & Qual Buon Veneto.

Nel periodo di quarantena a causa della pandemia da Coronavirus, mamma Sara con la figlia Camilla hanno intrapreso un interessante percorso di narrazione di quello che è il territorio veneziano e della sua laguna Nord e Sud.

Sara spiega che “in questi giorni mi sono anche resa conto che viviamo in un territorio estremamente fragile, abbiamo visto quanto poco basti per essere in pericolo tutti, una pandemia mondiale, una nube tossica sopra le nostre case e la nostra natura e quanto il panico possa farci cambiare velocemente i punti di vista e le priorità. Così, penso che sia giusto apprezzare ancora di più il territorio che ci circonda e la città in cui viviamo ed impegnarci a VIVERLA di più sia da cittadini, sia da turisti locali. Noi abbiamo realmente idea di dove viviamo? Da qui grazie a Marghera Forever e Margherini DOC è nato l’incontro con Qual Buon Veneto e come sempre l’unione fa la forza con la missione in comune di raccontarvi di Marghera e di tutto ciò che di bello ci circonda, siete pronti a scoprire il nostro territorio a Km 0? Noi prontissimi a narrarvelo”.

Camilla frequenta la scuola media a Marghera, Sara lavora come Guida ed accompagnatrice turistica a Venezia.

Sara Montefusco, Storia di Marghera con Camilla & Qual Buon Veneto - Prima puntata

Marghera e il 1° Maggio tra storia, don Armando Berna e i 9 mosaici a Gesù Lavoratore

Tra i personaggi che hanno fatto la storia di Marghera c’è una persona, forse ancora poco conosciuta, che si chiama don Armando Berna (1904 – 1978). Il suo arrivo alla Rana di Ca’ Emiliani risale al 1937.

don armando berna 1955 marghera

Tra i sacerdoti che lo ricordano c’è un altro don Armando, però di cognome fa Trevisiol: “Don Berna merita un ricordo ed un ricordo significativo. Io porto ancora nel cuore una bella memoria di lui che per me è stato un prete vero, un prete con una grande passione per le anime”.

Don Armando Berna ha vissuto in pieno i drammi della II Guerra Mondiale e i bombardamenti di Marghera. La storia racconta che nel 1945, confortò e contribuì a liberare per primo circa 30.000 prigionieri a Coltano di Pisa. Su questo argomento chiederemo un’immagine al Centro di Documentazione di Storia Locale di Marghera dove si vede “don Berna che festeggia la liberazione dei suoi parrocchiani ex prigionieri nel campo di Coltano con alle spalle il progetto dell’erigenda Chiesa del Cristo Lavoratore”. Coltano era un campo di concentramento per la detenzione di prigionieri di guerra della ex Repubblica Sociale Italiana. Tra questi erano rinchiusi anche Raimondo Vianello, Ugo Tognazzi e Walter Chiari.

Per le preziose notizie storiche il nostro grazie va a Federico Creatini per la sua Tesi di Dottorato di Ricerca in formazione della Persona e Mercato del Lavoro intitolata “Dalla laguna a Porto Marghera Lungo le questioni del patriarcato di Angelo Giuseppe Roncalli. Un lavoro giunto al termine nel 2018 presso l’Università degli Studi di Bergamo. Entro il 2020 diventerà un libro.

Tra i fatti storici di Marghera citati nella Tesi si legge della realizzazione di una cucina economica. Creata nel 1946 alla Casa del Fanciullo, fu gestita dai francescani e organizzata dal parroco di Sant’Antonio padre Tito Castagna (foto archivio Arena di Pola).

Padre Tito Castagna Marghera - Parrocchia Sant'Antonio - Casa del Fanciullo

Siccome quest’anno, a causa del Coronavirus, la Festa del Lavoro del 1° Maggio sarà festeggiata in modo insolito, vogliamo mettere in risalto una cosa importante. Si tratta dei nove mosaici raffiguranti il Poema Cristiano del Lavoro nella Chiesa Gesù Lavoratore a Marghera.

L’artefice di questa grande opera d’arte è proprio don Armando Berna che aveva già informato Roncalli nel 1956. Il progetto prevedeva tre raffigurazioni relative al «lavoro prima di Cristo», tre al «lavoro ai tempi di Gesù» e tre inerenti al «lavoro dopo Cristo», tutte indirizzate a mostrare come nella «bottega di Nazareth [avesse avuto] inizio la più grande e benefica rivoluzione sociale che il mondo avesse mai conosciuto: la riabilitazione del lavoro».

Primo trittico «lavoro prima di Cristo»

1 Marghera - Mosaici Poema Cristiano del Lavoro - don Armando Berna Chiesa Gesù Lavoratore Ca' Emiliani Rana

Il Sollievo, legato al Paradiso terrestre e al richiamo biblico della Genesi (II, v. 15) «affinchè lo lavorasse e custodisse»; il Dovere e la penitenza, riconducibile al verso «mangerai il pane col sudore della fronte» (Genesi, III, v. 17); il Disonore, critica al concetto del lavoro pagano («I filosofi greci e romani trattavano l’operaio come un animale. “Si può essere padri quando si è schiavi?” Come il frutto non appartiene all’albero ma al padrone»).

Secondo trittico «lavoro ai tempi di Gesù»

2 Marghera - Mosaici Poema Cristiano del Lavoro - don Armando Berna Chiesa Gesù Lavoratore Ca' Emiliani Rana

E’ relativo all’epoca di Cristo, prevedeva invece illustrazioni sulla Sacra Famiglia, su Gesù Lavoratore e sui Ss. Apostoli, i quali, come gli operai, avevano appreso la sanità del lavoro direttamente dal Cristo Lavoratore («erano pescatori; san Paolo imparerà il mestieri di fabbricatore di tende (Atti XX, v. 33»).

Terzo trittico «lavoro dopo Cristo»

3 Marghera - Mosaici Poema Cristiano del Lavoro - don Armando Berna Chiesa Gesù Lavoratore Ca' Emiliani Rana

La settima nicchia recuperava il precetto dell’Ora et labora, specificando che come «il monaco doveva sacrificarsi con questi due mezzi, la “preghiera e il lavoro”, così ogni cristiano doveva trasformare il lavoro in preghiere»; l’ottava si proponeva di raffigurare l’Onore («esempio di Gesù, Dio, Lavoratore fino a 30 anni – Chi disprezza voi, disprezza me” – I Santi Crispino e Crispiniano, nobili romani, convertiti, si fanno operai (san Giovanni Crisostomo tenne un’omelia in merito)»); la nona ed ultima della Santificazione, per la quale Berna aveva appuntato: «come la stola e il calice per il sacerdote, così il martello, la vanga, la penna per i lavoratori»

Marghera 1 maggio 1954, inaugurazione Chiesa Gesù Lavoratore Papa Giovanni XXIII

Prima dell’opera d’arte che rappresenta il Poema Cristiano del Lavoro, un altro fatto importante avvenne nel giorno del 1° Maggio. Riguarda l’anno 1954 e l’inaugurazione della Chiesa di Gesù Divin Lavoratore Operaio di Nazareth. Al riguardo, lo stesso Roncalli aveva riservato a don Armando Berna parole di grande apprezzamento circa il fine sociale dell’opera, inaugurata appunto il 1° maggio 1954 in occasione di una festa del lavoro che avrebbe dovuto «muovere cielo e terra»:

“L’avvicinarsi del I° maggio, Festa del Lavoro, tocca l’adempimento, almeno in parte, delle sue speranze di una celebrazione che sollevi dalle pietre e dai cuori l’omaggio e l’inno al Cristo, il Divino Lavoratore. Se il tempio di Ca’ Emiliani non si erge ancora nella completezza delle sue linee architettoniche, i cuori di quanti ci sentiamo, anche per il lavoro, fratelli nel Cristo, si dilatano in elevazioni che sono per tutti luce, speranza, incoraggiamento. Io non mancherò il I° maggio alla mia parola di venire a Marghera, e leverò l’Ostia Santa a salutare sopra le nostre teste non umiliate, né confuse, e accanto alle case dove i sentimenti più intimi delle famiglie nostre, nel ben meritato riposo e nella serena e confidente espressione della umana convivenza, sono consacrati e benedetti, e in faccia al grande complesso della Marghera industriale avviata a nuovi e sorprendenti sviluppi. Seguo da mesi e mesi il suo vivo entusiasmo per l’apostolato fra gli operai: entusiasmo e lavoro ben condiviso, sotto varie forme, da tanti altri e cari sacerdoti nostri. La fedeltà e la costanza in questo dispiego di sacerdotali energie è già un successo, che garantisce il compimento del grande ideale di giustizia, di carità e di pace che è tutto il Vangelo. Sarò dunque con lei e con i suoi parrocchiani, e con i fedeli che da Venezia e dalla Terraferma converranno a questa Festa del Lavoro. […] Il servizio della giustizia e della pace sociale nel mondo dei lavoratori può subire difficoltà e contrasti, ma giorno per giorno troverà il buon successo e le umane e divine ricompense. Di nuovo e sempre incoraggio e benedico Lei, caro don Armando, e quanti con lei partecipano al palpito della Chiesa attraverso l’invito e la grazia di Cristo”.

Marghera 1957 patriarca A. G. Roncalli Centro Mariport

La Tesi di Federico Creatini traccia un nuovo e interessante punto di vista su Venezia e Marghera. Scrive delle sfide dell’urbanizzazione, ottimizzare la laguna, esplorare la terraferma e le chiese di Troncali tra finanziamenti pubblici e funzione pastorale, «centro sociale, oltre che religioso». Ripercorre lo sviluppo di Marghera e di Mestre, di Venezia eucaristica e pellegrina, la terraferma e la devozione popolare. Nel lavoro di ricerca il passaggio della Madonna Pellegrina e il messaggio sociale del culto mariano. Anche Mariport e la fondazione Santa Maria del Porto, i fuochi di Porto Marghera e i due tempi di una «questione operaia». Si parla tanto di Porto Marghera «dove i sudditi danno più grattacapi», del «fumo o la rabbia di Porto Marghera»: tra guerra e ricostruzione di Roncalli e la pastorale del lavoro, del Vangelo che «interpreta la sostanza viva del lavoro».

Federico Creatini ha riservato ampio spazio alla Chiesa di Gesù Divino Operaio di Nazareth: tra iconografia e questione sociale, di un «nuovo sistema» di apostolato con l’ONARMO a Venezia e i cappellani del lavoro dal dopoguerra al patriarcato Roncalli. Ha scritto dei «Cooperatori validi» circa il ruolo dei francescani e dei salesiani nell’apostolato operaio veneziano, anche delle forme di rappresentanza confessionale tra la fabbrica e il consenso.

Spiegazione griffe M di Marghera

L’idea griffe della M di Marghera è nata conversando tra persone Margherini DOC. Cioè, parlando su come si potevano valorizzare alcuni produzioni e la storia margherina.

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Quindi, da questa iniziale premessa, la M è stata appositamente studiata dal Comitato promotore dell’iniziativa “Marghera forever ♡ calamitante DOC”. Così è stato realizzato il timbro per la griffatura grazie a preziosi consigli tecnici specialistici. In primo luogo lo studio mirava a rendere leggibile la lettera M, nel senso bidirezionale.

La bozza già sperimentata è in fase di limatura, sgrezzatura, definizione di pixel, variabili e colori. Ciò grazie al supporto offerto da grafici professionisti per l’Equipe tecnica e dagli sponsor. La griffe sarà riportata in “bella copia” nel BOOK stampato a Marghera in digitale. Ci saranno anche tutti i ringraziamenti e le foto delle quali abbiamo potuto ricevere le liberatorie autorizzate e Copyright.

“Marghera Città del Lavoro”

Come ideazione, il senso della M tende a rappresentare diversi significati storici Margherini. Da un lato ė come simboleggiata la tecnologia di “Marghera Città del Lavoro” affacciata sulla laguna. Tubi di acciaio antichi del ‘900 che si vedono ancora nelle fabbriche del Porto. Anche le serpentine prodotte a Marghera nelle turbine, quelle nei frigoriferi e le lavastovoglie. Oppure tipo la M leggibile guardando i radiatori in ghisa, quelli di una volta che ci sono ancora in molte abitazioni.

“Marghera Città Giardino”

Dall’altro lato, tra l’area produttiva e quella urbana, come a voler rappresentare un grande ponte nel territorio margherino, c’è la “Marghera Città Giardino”. Nel senso di voler collegare Marghera come fanno le ondine fluttuanti. Cioè, quelle calme nei canali del Porto e quello antichissimo dei Bottenighi. Ancora oggi ci sono vari canaletti interni, dalla Laguna e viceversa verso Forte Tron e oltre. Fino a Villabona, Valleselle e attraversano le Catene. La Riviera da Fusina a Malcontenta, Ca’ Brentelle e Ca’ Sabbioni. La Darsena con il ponte strallato e anche la zona della Rinascita, dalla chiesetta della Rana. Passando per Ca’ Emiliani e sotto la Romea ci sta l’antico Botinicus scavato e usato dai romani. Inoltre, la M è stata pensata come stilizzazione dei bruchetti delle farfalle. Spesso si vedono libere a svolazzare in giro per Marghera. Infatti, abbiamo un territorio ricchissimo di acqua e alberi di svariate specie. Marghera esprime una delle più alte concentrazioni di verde in Italia e in Europa. Il bruchetto della M di Marghera ci hanno già suggerito di farlo colorato, stilizzato con gli occhietti e riprodotto su adesivi.

 

Questa idea della M è stata realizzata e sperimentata a Marghera su mozzarelle in carrozza (Rosticceria Bottazzo), dischi di pane (Panificio F.lli Ferrarese), cornetti pizza (History Pizzeria Ristorante) e dolcetti a forma di cuore, stella e alberello (Pasticceria Danieli). Iniziativa riconosciuta nel programma della rassegna “Le Città in Festa“.

Le Città in Festa Marghera forever calamitante DOC

Foto by Luca Penna ph

Lando Arbizzani e Marghera Città del Lavoro. Hobby foto a 12 anni e a 18 inizia a lavorare a Porto Marghera come tubista, poi diventa imprenditore

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Di quanto vissuto a Marghera, ci sono tantissime storie di vita lavorativa da raccontare. Quella di Lando Arbizzani non è solo di un Maestro del Lavoro con l’hobby della fotografia dall’età di 12 anni.

Classe 1939 e originario di a Sesto al Reghena (PN), dopo la Terza Media e la prima Superiore al Pacinotti, inizia a lavorare continuando a studiare alla sera. Prima un corso di Disegno Tecnico e poi uno biennale come Analista chimico.

A diciotto anni, proprio nella Città del Lavoro di Marghera, inizia a fare il tubista. Una lunga carriera al lavoro lo ha poi spinto a diventare imprenditore, consulente e formatore.

Ha prodotto documentari mettendo a soggetto la storia della Zona Industriale di Porto Marghera e il Fronte della Grande Guerra visto dal cielo.

Pilota di Aliante e velivoli a Motore, ha curato e cura varie mostre.  Collabora settimanalmente per un Contest fotografico degli Stati Uniti, V.B. di Cupertino in California.

© Foto di Lando Arbizzani con tutela di liberatoria rilasciata per solo scopo didattico e storico all’iniziativa “Marghera forever ♡ calamitante DOC”. Contenuti divulgati alle condizioni della Licenza Creative Commons BY-NC-SA Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.

Marghera Città del Lavoro nelle foto dell’archivio Montedison

Archivio Montedison liberatoria Lando Arbizzani 1

In queste foto dell’archivio Montedison si percepisce la complessità costruttiva della Città del Lavoro. Tra enormi tubi e impianti, gru e capannoni, emergono i tratti iniziali di una parte molto importante di Marghera. Dalle immagini si vede come fu costruito il territorio che rappresentò la più grande area industriale d’Europa.

 

Per la collaborazione richiesta e ricevuta, il Comitato promotore esprime particolare ringraziamento al Gruppo Facebook Amici del Petrolchimico.

© Archivio Montedison con tutela di liberatoria concessa a Lando Arbizzani e rilasciata per solo scopo didattico e storico all’iniziativa “Marghera forever ♡ calamitante DOC”. Contenuti divulgati alle condizioni della Licenza Creative Commons BY-NC-SA Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.

Pagina in allestimento con successivi inserimenti delle relative didascalie.

LAVORO A MARGHERA nelle immagini del 900 operaio alla Città del Lavoro. Grazie a IVESER ecco le prime 10 foto storiche per la mini mostra M♡DOC (sabato 20 ottobre a Marghera).

Per partecipare vedere qui

“Noi al Lavoro a Marghera”

Ecco le prime 10 immagini storiche selezionate per la mini mostra iniziativa del 20 ottobre in Sala “Gabriele Bortolozzo” a Marghera. Queste sono tratte dal documentario «900 operaio. Fabbriche e lavoro a Porto Marghera» e autorizzate da IVESER.

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Tra le tante foto pre-selezionate dall’Equipe M♡DOC immagini, è stato scelto il criterio di fare specifico zoom sulle persone.

“Lavoro a Marghera” è il tema che sta al centro della mini mostra, anche il nostro slogan. Nel senso di persone che, ancora, ci lavorano a Marghera. Oppure, di quelle che hanno lavorato, poco o tanto che sia non importa. In oltre 100 anni di importante storia ci sono soprattutto le persone in quella che ci piace chiamare “Marghera Città del Lavoro”.

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Per la collaborazione richiesta e ricevuta, il Comitato promotore esprime particolare stima e ringraziamento al dott. Marco Borghi, Direttore delI”Istituto veneziano per la storia della Resistenza e della società contemporanea.

PROGRAMMA

Sabato 20 ottobre 2018

MARGHERA, Sala “Gabriele Bortolozzo” (tra Piazzale Municipio e Piazza Mercato)

M♡DOC Marghera Programma 20 ottobre 2018
File PDF

Programma iniziativa

Ore 18:00

Apertura tavolo Accoglienza (ingresso da Piazzale Municipio n. 1), accreditamento PASS, consegna del nastrino colorato.

Ore 18:30

Animazioni, presentazioni informali, foto, assaggi, ciacolate.

Ore 19:00

Presentazione quadri collezione Marghera di Michele Serena e foto tipo cartoline.

Ore 19:10

Consegna magliette ricordo al Comitato d’Onore, ospiti e invitati.

Ore 19:30

Animazioni, foto, assaggi, ciacolate.

Ore 20:00

Consegna omaggio piantine pansé alle signore, saluti finali e brindisi di chiusura.

Dalle ore 9:00

A cura del Comitato promotore ed Equipe: Attività di allestimenti quadri e foto, raccolta vassoi varie tipologie di frutta tra i banchi del Mercato di Marghera, decori della Sala, lavaggio frutta, preparazione vassoi cicchetti salati e dolci, prove tecniche strumenti con accensioni candele e luci LED.

© IVESER tutelato e fatte salve le legittime proprietà intellettuali, come citate nelle fonti, oppure espressamente autorizzate. I contenuti dell’iniziativa “Marghera forever ♡ calamitante DOC” sono divulgati alle condizioni della Licenza Creative Commons BY-NC-SA Attribuzione – Non commerciale – Condividi allo stesso modo 4.0 Internazionale.

N.B. Divulgazione autorizzata da IVESER solo per uso interno del Gruppo Margherini DOC con pubblicazione su questo Blog ed esclusivamente per la riproduzione su formelline tipo cartoline della mini mostra iniziativa “Marghera forever ♡ calamitante DOC” del 20 ottobre 2018 in Sala “Gabriele Bortolozzo” a Marghera.

Pagina in allestimento, anche con successivi inserimenti delle relative didascalie.